Scheda opera

Ricerca avanzata

Seleziona una voce per filtrare la tua ricerca.

San Pietro con un angelo visita sant’Agata in carcere

data
1616 ~ 1618 circa
sede
Palazzo Buonaccorsi
collocazione
Primo piano
tecnica
Olio su lavagna 34x42,5 cm
n. inventario
2946
tipologia
Pittura
percorso
Arte Antica

Descrizione

Il dipinto, realizzato su lavagna, rappresenta un episodio legato alla vita della giovane Agata, vergine catanese vissuta nel III secolo d. C. che si rifiutò di sottomettersi al proconsole romano Quinziano. Incarcerata e torturata, subì il martirio dell’asportazione dei seni con una tenaglia, simboli presenti nella sua iconografia. Il momento qui raffigurato è quando, rinchiusa nelle tenebre della cella carceraria, Agata riceve la visita di San Pietro il quale le risana le ferite. L’apostolo è accompagnato da un angelo che illumina l’ambiente con una torcia e da un altro piccolo angelo che ha in mano un calice.

Sono note nove versioni di piccolo formato con lo stesso soggetto, eseguite dal pittore su rame, su lavagna, su tela e tavola, espressione di un genere di pittura raffinata, destinata alla committenza privata. Nella ricca collezione del cardinal Del Monte è infatti ricordato, tra i rami fiamminghi e i dipinti su lavagna, un’opera dell’Orbetto su “Pietra Negra” raffigurante “San Pietro con un angelo visita sant’Agata in carcere”, versione identificata con l’esemplare oggi conservato alla Walters Art Gallery di Baltimora.

La versione di Macerata è dipinta su ardesia (detta anche Lavagna per il luogo di estrazione, in Liguria), una roccia di colore plumbeo-nerastro, che contribuisce ad esaltare gli effetti della luce e il candore della nudità dei corpi, pur nelle evidenti cadute di colore che hanno interessato le figure in più punti.
Alessandro Turchi detto l’Orbetto (Verona, 1578 – Roma, 1649), pittore veronese, giunge a Roma nel 1615. Il suo linguaggio, intriso della pittura bolognese ed emiliana, si arricchisce del linguaggio caravaggesco, dominato da forti contrasti di luce e ombra. Il dipinto di Macerata appartiene a questa fase pittorica e va ascritto fra le prime prove romane dell’artista, il quale si afferma ben presto per la realizzazione di grandi pale d’altare accanto a soggetti di più piccolo formato destinati alla devozione privata.

Si ignora la provenienza dell’opera, lasciata in custodia alla nascente Pinacoteca nel febbraio del 1867 dalla Congregazione di Carità e oggi di proprietà dell’IRCER (Istituti Riuniti di Cura e Ricovero) di Macerata.